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Riceviamo e pubblichiamo la
Seconda lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti
            Gentile signor Stefano Gatti,
nella speranza che Lei concordi nuovamente sulla necessaria diffusione in ogni sede mediatica delle mie considerazioni, ardisco far seguito alla mia del 29 luglio.
Questa volta però, vista l’assenza di una Sua risposta, ho deciso di risparmiare busta, carta e francobolli per le destinazioni postali a Milano e Roma. Non me ne voglia se la somma risparmiata servirà ad acquistare altre pubblicazioni e volumi. Del resto, assicuro, si tratterà sempre di documentazione su di Lei e i suoi congeneri.
Per quanto a noi goyim, ed a me in particolare, ripugni perdere tempo in questioni inessenziali, ritengo pur sempre corretto aderire alla massima «chiedere è lecito, rispondere è cortesia». Ovviamente, quando si tratti di rispondere a quesiti gentilmente formulati, senza intenti polemici né volontà di aprire, ad esempio con Lei, una diatriba intellettuale.
Non entro quindi nel merito del problema Siria, sul quale abbiamo probabilmente visioni discordanti, e neppure tratterei della legittimità dello Stato degli Ebrei o dell’annosa questione «nazismo/neonazismo». Per la quale ultima mi sono già dilungato, sperando comunque di avere chiarito, con Sua soddisfazione, un problema culturale che forse tuttora La affligge.
Da informazioni raccolte, ho saputo che Lei sarebbe il responsabile di tale «Osservatorio sul pregiudizio antiebraico». Mi sarei maggiormente compiaciuto se la dizione fosse stata «Osservatorio sul giudizio antiebraico». Non ritenga che gli avversari dei Suoi congeneri siano sempre affetti da pre-giudizi, irrazionali e non documentati! Talora – certo raramente o forse mai secondo Lei – potrebbe trattarsi di post-giudizi. Giudizi cioè a posteriori, razionali e documentati. Ma non voglio sottrarLe ulteriore tempo per la Sua prestigiosa professione di Osservatore. Entro in argomento.
Al punto 5 della mia lettera Le avevo chiesto su quale mia nefandezza Lei basasse l’aggettivo «famigerato», usato per definire la mia persona. Non mi ha risposto. Taluno mi ha suggerito che il motivo poteva essere il mio radicale rifiuto dell’impostazione mentale dei Suoi congeneri. Talaltro, la mia ripugnanza per il Santo-che-benedetto-sia. Talaltro ancora, rifacendosi a più concrete analisi politiche, la mia irriducibile avversione ad essere preso per i fondelli.
Boh! Penso che, in mancanza di una Sua risposta, dovrò rassegnarmi a restare nell’ignoranza. Certo, non mi affiderò alla Giustizia Democratica né la inviterò coi padrini ad un appuntamento dietro il convento dei Carmelitani. Anche se «la giustizia deve essere di questo mondo». Anche se per l’Altro Mondo ho fatto mio il «Let din welet dayan» del sublime Acher (non per Lei, ma per i goyim traduco: «Non c’è giudizio né Giudice»). Invero, lascio ai Suoi congeneri deboli di mente la questione «retribuzione nel Mondo Avvenire». Deboli di mente, chiarisco, qualora ci credano davvero. Forti invece di mente, fortissimi e ammirevoli, qualora di tale superstizione abbiano impregnato, quale arma letale, la mente dei goyim. Abbia pazienza, ormai mi conosce, mi cito:
Per il goy Kevin MacDonald, docente di Psicologia alla Ca­li­fornia State Univer­sity, il giudaismo, al di là di tutte le tattiche che lo razio­na­lizzano quale religione, altro non è che «una strategia evolu­zionistica ecolo­gica­mente specializza­ta [...] sostanzial­mente centrata sulla difesa del gruppo», massi­mo tra i paradigmi di etnocentri­smo e competizione per il successo economico-ripro­duttivo, «una strategia di gruppo altruistica, nella quale gli interessi dei singoli sono subordinati a quelli del gruppo»: «”Ciò che importa davvero nella reli­gio­ne ebrai­ca non è l’immortalità del singolo ebreo, ma quella del popolo ebraico [...] Il futuro della nazione, e non quello dei singoli, resta l’obiettivo decisivo” [S.W. Baron, A Social and Religious History of the Jews, I e II, edito nel 1952 da The Jewish Publication Society of America]». Una strategia che ha portato nei millenni, con la voluta separazione degli ebrei dal resto dell’umanità, ad una sorta di «pseudo­spe­ciazione»: «Per coloro che si dispersero in civiltà estranee, anche dopo generazio­ni, “il giudai­smo fu in realtà non tanto la religione della madrepatria quanto la religione della razza ebraica; fu una religione nazionale non in senso politico, ma in senso genealo­gi­co” [G.F. Moore, Judaism in the First Centuries of the Christian Era: The Age of the Tannaim, I, Harvard University Press, 1927]. Di conseguenza, convertirsi “non signi­ficò entrare in una comunità religiosa, ma venire naturalizzati nella nazione ebraica, e cioè – dal momento che l’idea di nazionalità era razziale più che politica – essere adottati dalla razza ebraica”» (in MacDonald I), ribadendo che «possia­mo concepire il giudaismo soprat­tutto come un­’invenzio­ne culturale­, mantenu­ta in vita dai controlli sociali che operano per strut­tu­rare il comportamento dei membri del gruppo e caratte­rizzata da un’ideolo­gia reli­giosa che razionalizza all’inter­no del gruppo il comporta­men­to sia nei confron­ti dei membri del gruppo sia nei con­fronti degli estranei [that rationalizes ingroup beha­vior both to ingroup members and to outsiders]» (in MacDonald II).
BIBLIOGRAFIA:
MacDonald K. (I), A People that Shall Dwell Alone – Judaism as a Group Evolutionary Strategy, Praeger, 1994
MacDonald K. (II), Separation and Its Discontents – Toward an Evolutionary Theory of Anti-Semitism, Praeger, 1998
MacDonald K. (III), The Culture of Critique – An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth-Century Intellectual and Political Movements, Praeger, 1998
MacDonald K. (IV), An American Professor to Responds to a “Jewish Activist” – Dr. MacDonald’s Testimony in the Irving-Lipstadt Trial, «Journal of Historical Review» n.1/2000
MacDonald K. (V),  prefazione alla nuova edizione di  The Culture of Critique, 1stbooks Library  (in proprio), 2002, in  csulb.e­du/~kmacd/books-Preface.html
MacDonald K. (VI), Judaismus als evolutionäre Strategie im Wettstreit mit Nichtjuden, «Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung» n.4/ 2006.
La mia seconda domanda – priva di malizia come la prima – era tesa a sapere se Lei fosse «figlio degli autori del volume, tosto mandato al macero, Il quinto scenario, edito nel 1994 da Rizzoli, nel quale si avanza la tesi che ad abbattere l’aereo passeggeri su Ustica furono due caccia israeliani». In caso affermativo La avrei pregata di indirizzare i miei complimenti e il mio rammarico agli autori. I complimenti, per l’acutezza investigativa e l’indipendenza intellettuale mostrata nel trattare un tema tanto esplosivo. Il rammarico, perché il volume è stato distrutto dall’editore e mai più ristampato. Un rogo di libri, Lei m’intende! Dopo le querimonie di Avi Pazner, ambasciatore dello Stato degli Ebrei.
Infine, mi accorgo di essere incorso, nella precedente lettera aperta, in due inesattezze (ma anch’Ella, del resto, a parte i rilievi già da me formulati, ha definito «lungo discorso» la mia esposizione di soli tredici minuti… vedrà nelle prossime conferenze!).
La prima: ho traslato l’anno goyish 2012 nell’ebraico 5769, mentre chiunque sa che l’anno corretto è il 5772. Il 5772° anno dalla Creazione del Mondo.
La seconda: ho definito «avvocatessa» Donatella Di Cesare, per quanto la quarta di copertina specificasse che è «professore ordinario di Filosofia teoretica». Chiedo scusa per il mio blocco mentale. Invero, dopo avere letto l’opuscoletto liberticida Se Auschwitz è nulla – Contro il negazionismo, mi ero inconsciamente convinto che nessun docente di filosofia avrebbe potuto assemblare una tale accozzaglia di sofismi e spacciarli per ragionamenti. Forse, ma non ne sono sicuro, nemmeno un azzeccagarbugli. E chiedo scusa agli azzeccagarbugli.
Con osservanza
dottor Gianantonio Valli
Cuveglio, 13 agosto 2012
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